Published by danyli on 18 Ott 2009 at 08:28 pm
Ad Alta Voce
Anche quest’anno non mi sono persa l’evento culture da condividere “Ad Alta Voce“. Tutto l’evento è stato dedicato a Piero Camporesi , ed aveva come filo conduttore il cibo. Non ho perso l’entusiasmo per scoprire e partecipare, anche se devo ammettere che, logisticamente parlando, è stato un pò difficoltoso quest’anno a causa delle dislocazioni lontane tra loro degli incontri, e spesso con sovrapposizioni di orari, che quindi hanno “obbligato” noi del pubblico a fare scelte sui siti e sugli interlecutori. Veramente un peccato, perchè lo scorso anno tutto l’evento è stato articolato così bene, permettendo a noi appassionati di girare per i luoghi scelti senza dover escludere nessuno, ma invece condividendo anche il tragitto. Spero che il prossimo anno, essendo il decennale, ci sia la possibilità di ottenere una migliore organizzazione.
Quest’anno, oltre alla partecipazione al gran finale in aula magna, sono riuscita a partecipare all’incontro all’interno del grando hotel baglioni, in via indipendenza, e devo dire che le mie aspettative non sono state per nulla deluse. Apprezzatissimo anche l’intervento di Aurelia, figlia di Piero Camporesi, che ci ha anche regalato alcuni intermezzi musicali, con i musicisti Antonio Stragapede e Daniele dall’Omo , ma devo dire che sono rimasta affascinata dalla spirito, dalla profondità e dalle battute, dalla multiculturalità di Gabriela Preda, giornalista romena che ha letto un suo brano compreso nella raccolta “Mondopentola” curata da Wadia Laila, la quale, a sua volta, ha letto un brano da “Amiche per la pelle“. Un’altro momento condito con risate, con sane risate, è stato con l’intervento di Marina Sòrina, giovane scrittrice ucraina, che ha letto brani dal suo libro “Voglio un marito italiano” : ha subito esordito dicendoci che il titolo le è stato imposto per ragioni di mercato, in effetti il libro non è indirizzato agli uomini come ci si potrebbe aspettare, ma l’argomento trattato è tutt’altro.
Quindi si è passati al gran finale in Aula Magna di Santa Lucia: indubbiamente diversi gli interventi interessanti da Maurizio Maggiani, a Tiziana di Masi, all’intervento extra-sede di Liliana de Curtis, all’intervento straordinario di Ezio Bosso e al momento toccante e profondo della lettura di “Amore” un brano di Adelchi Battista tratto dal repertorio di Jack Folla :
Un amore finisce com’è cominciato, con una domanda alla quale non si sa dare una risposta:
all’inizio è “Mi sono innamorato di te?” e alla fine è “Ti amo ancora?”
La risposta alla prima domanda è “Sì”, se ci domandiamo se siamo innamorati di una persona conosciuta da poco significa che lo siamo almeno un poco, ma se dopo un anno o venti cominciamo a domandarci “L’amo ancora?” la risposta è quasi certamente “No”.
Perchè quando si ama non si fanno domande, si vive. Le domande presuppongono un dubbio e il dubbio mal s’accorda con l’amore. L’amore per essere tale è incondizionato, perdona tutto all’amato, fino alla follia. L’amore condizionato è il tipico rapporto a due di oggi in quel confine fra affetto ed interessi, è quasi sempre promiscuo, incerto e facilmente espugnabile da un terzo… ossia l’amato.
Lo so, lo so, vi state domandando per chi sto facendo l’Alberoni della situazione, per una donna fratelli, ovviamente… e non ne farò più il nome. Una donna che mi ha scritto a voce alta domandandosi se mi amava ancora:
No tesoro, No amore, tu stai amando sempre di più te stessa e sempre meno quest’uomo che muore. Ti capisco, nulla allontana di più che la sofferenza altrui, niente crea un vuoto altrettanto vasto che l’isolamento, la sconfitta o la malattia intorno a chi come il sottoscritto sta subendo un conto alla rovescia sulla propria testa. Ma chiamandoti per l’ultima volta AMORE, anch’io che ti sono stato così fedele mi distacco da te con tutta l’energia rimasta, poca, quella appena sufficiente a dare un colpo di coda.
Lo so cara, avresti voluto che ti trattenessi, che ti gridassi aiuto, che ti invitassi a non lasciarni proprio ora, ora che mancano meno di cinque mesi alla mia esecuzione. No, io non amo chi non mi ama, perchè ho capito che è un esercizio sterile e inutile e così come ho passato questi quattro anni di reclusione a ricordarti, così trascorrerò gli ultimi quattro mesi a dimenticarti e farò in modo che il mio vuoto sia il più vertiginoso e violento possibile, affinchè un nuovo pieno, magari in extremis, fosse solo l’istante prima di salire sulla sedia elettrica, mi assista con un colpo di grazia, quello di un nuovo amore.
Grazie comunque piccola, per avermi tolto anche quest’ultima illusione, quella di essere amato da te…


Danyli on 18 Ott 2009 at 20:35 #
Mi sono dimenticata di trascrivere alcune parole dello stesso Piero Camporesi, tratte da “Il paese della fame”:
“Il mercato è simile ad una festa all’aria aperta, a un ballo festoso sull’aia, a una kermesse collettiva, luogo di incontro accessibile a tutti, ai furbi come agli ingenui, ai semplici e ai dottori, ai ricchi come ai poveri (…) un luogo dove tutti, anche i più miserabili, potevano trovare qualcosa.”